20 novembre, terzo giorno di cammino. Da Minervino di Lecce a Castro

Il terzo giorno di cammino è sempre il più duro. Ma in Salento, con questo sole, con questo autunno che odora ancora di settembre, con questa strada accogliente e mediterranea, non può esserlo. Possono farvi male le piante dei piedi, che si scontrano contro le punte aguzze delle pietre carsiche affioranti, o le spalle, affaticate dagli spallacci dello zaino, o forse le anche, per la frenesia della pizzica della sera prima, ma la terra rossa cura, e più di ogni cosa curano gli sguardi delle amicizie antiche e di quelle che mettono radici ora per la prima volta, in un giorno che non trova spazio nel calendario.

Come dice Mauro, una guida, uno di voi, “oggi è venerdì 20 novembre, e non ci sarà nessun altro venerdì 20 novembre”. Lo dice all’interno del grande cerchio di creature umane e animali che siete soliti formare ogni mattina, prima di partire. No, non ci sarà un altro venerdì come quello in cui state entrando, un venerdì salentino, di un novembre di fine settembre, popolato da gambe che portano desideri di comunanza. No, non sempre la riuscite a fare questa comunanza, non sempre siete capaci di stare tutti a terra nello stesso modo, non sempre spezzate il pane in parti uguali, però ci provate. Provarci significa essere in cammino.

1

Siete tanti, non tanti quanti gli ulivi che vi accompagnano senza sosta, ma a vedervi sbucare all’improvviso sulla strada tutti insieme fate impressione. Come possono impressionare le ore di sole consecutive, i doni inaspettati, o le speranze piccole, residuali, che trovano uno spiraglio, e da quella fenditura passano e si allargano, si allargano fino a compiersi. Siete tanti, come in passato i pellegrini diretti alla cappella della Madonna dell’Idri, che marciavano in processione per chiedere l’acqua che sconfigge le siccità. Una signora anziana a Cerfignano vi racconta di averci acceso per anni un cero, affinché fosse visibile di notte da lontano. Voi le mantenete accese nello stesso modo le speranze? Come guardate il cielo?

2

Lasciate la cappella e vi buttate negli uliveti, spostando le reti di raccolta, in direzione del mare. Più sono antichi quei tronchi nodosi, più vi conducono al pensiero del mare. Così come vi parlano del mare le rocce carsiche che affiorano dalla terra rossosangue: sotto di voi quante grotte, quanti cunicoli, quanta acqua che non si dà alla vista, quanto oscurità che terminerà luminosamente nel mare. Anche il Dolmen Li Scusi, che avete toccato ieri, quel nascondiglio millenario, covava al suo interno il pensiero del mare. Ogni cammino dovrebbe finire al mare. E infatti voi, arrivandoci, anche se non lo confidate al vostro vicino, sapete che dopo averlo visto il vostro cammino, in qualche modo, un modo che ancora non comprendete a pieno, cambierà.

3

Dalla cima del Monte Mattei, 123 metri, vedete Castro, dove sarete accolti. Di fronte a voi i monti dell’Albania. I Balcani, e da lì tutto il resto delle terre emerse. Il pensiero del mondo a piedi è un pensiero che può nascere già il terzo giorno. È un pensiero di vasitità, di coraggio, di fuga e di mare. Siete in cammino insieme, in una terra splendida che vi apre le porte, e stando asssieme contribuite ad accrescerne la bellezza, siete assieme ma anche soli, in fila indiana e sparpagliati, cominciate ad avere domande che si assomigliano l’una all’altra. Non siete ancora un gruppo ma cominciate ad averne le sembianze. Dipenderà da voi esserlo o no. Siete una porzione di materia nell’atto di trasformarsi, e questa trasformazione ha a che fare con gli ulivi secolari, con i dolmen, con la terra rossa, con le grotte, con le porte aperte, soprattutto con il mare. Ogni giorno, un passo in più nella direzione del mare.

Luigi Nacci

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