21 novembre, quarto giorno di cammino. Da Castro a Tricase

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La giornata comincia all’alba e l’alba arriva sempre molto presto, perché l’estremo sud-est, la penisola del Salento, è la prima a essere baciata dal sole. Siamo a Castro, e le suggestioni della bella serata trascorsa in paese sono ancora vive; in particolare la visita al centro storico, a quel castello aragonese recuperato dal degrado, e che ora risplende, con le sue antiche pietre, calcare biondo, pronto a ospitare un nuovo museo archeologico. Chi ci guida ha entusiasmo e competenza e racconta oltre duemila anni di storia stratificata sotto il castello medievale. Si torna indietro, ai tempi di Enea e delle guerre tra Achei e Troiani, quando su quella rocca sorgeva un tempio dedicato ad Atena, ben visibile dal mare, punto di riferimento per i naviganti, probabilmente dotato di un faro in forma di braciere sempre ardente. Per tradizione il luogo è ritenuto uno dei possibili punti di sbarco di Enea, in fuga da Troia in fiamme. In tempi recenti, gli scavi archeologici hanno se non confermato un racconto leggendario, almeno arricchito il racconto di nuovi elementi: parti di una statua colossale di Atena sono state ritrovate tra gli interstizi delle mure romane della città di Castrum Minervae, che sostituì una città greca, che a sua volta si era sovrapposta al più antico insediamento dei Messapi, primi arrivati in questa estrema terra d’Italia.

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Ricchi di tanto bagaglio di conoscenze e suggestioni sulla città di Castro, ci lasciamo alle spalle il suo nucleo arroccato tra l’altopiano e il mare, quando è ormai giorno fatto, perché le nostre partenze sono sempre lente, e oggi abbiamo camminato in tanti, almeno una cinquantina, a formare un lungo serpente colorato, in lento ma costante movimento sulle carrarecce delimitate da muri a secco. E tra i muri, la terra è rossa, e pensi che, con quel colore e quella consistenza soffice, non può che essere fertile. Infatti le asinelle che ci accompagnano brucano golosamente l’erba grassa e verde. Il percorso è articolato, non riusciamo a percorrere più di mezzo chilometro in una singola direzione. Ci addentriamo in un dedalo di vie sterrate e muri a secco, che sembrano tracciate da un folle, o da un ubriaco.

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Per quanto illogico sembri il procedere della via, non puoi non ammirare la perizia con cui i singoli sassi, informi grumi di calcare, sono stati messi uno sull’altro, con incastri perfetti e senza malta o calce. Sembra non esserci logica in quel reticolo in cui è inevitabile perdersi, a meno di non avere una buona guida, qualcuno esperto del luogo. Ti rendi conto che quelle sono strade che non servono ad andare altrove e lontano, ma solo ad arrivare all’uliveto, all’orto e giardino che è appendice della casa in paese. Infatti le persone che incontriamo, sotto gli ulivi a raccogliere il frutto di un anno di lavoro, ci chiedono da dove veniamo, e dove andiamo, stupiti e incuriositi dall’insolita carovana: gente con zaini, asini, cani, bambini, in ordine sparso. Quando in quei luoghi e su quelle strade nessuno passa a va, ma dal paese si arriva e si torna, perlopiù in auto o con l’ape, e nel cassone trovi sempre la zappa e il badile, o anche un più moderno decespugliatore o un soffiatore, indispensabile dispositivo per radunare le olive cadute a terra.

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Il cielo grigio ci accompagna tutto il giorno, e il vento umido del mare, e con innumerevoli e repentini cambi di direzione, come non volessimo mai uscire dal labirinto degli ulivi secolari, arriviamo in vista di un altra distesa di case bianche e di pietra chiara, adagiata sulla serra. Il breve giorno giunge al suo repentino tramonto, perché nell’estremo est il sole cala prima che altrove nella penisola; le luci della città illuminano il nostro ingresso nella bellissima piazza di Tricase.

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Roberta Ferraris

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