Elogio allo zaino

di Massimo Montanari

L’atrio del terminal ha linee diritte, segni e simboli che lasciano poco spazio a fantasie. Un aeroporto è luogo di punti di inizio e fine di itinerari.
Partenze, arrivi, spezzoni di vita che si infilano nelle code all’imbarco.
Gente che ansima e sfoggia la percettibile fretta che li anima nel quotidiano.
Anche io sono in fila, guardo il vociare confuso di telefoni e tablet parole,e suoni che aleggiano mischiandosi ai richiami di voli in partenza e di ritardatari il cui nome è nella lista di un megafono.
Osservo il popolo dei naviganti di cieli a pagamento, così uguali nel loro grigio essere uguali.
Viaggiare non sempre significa essere viaggiatori.
Li osservo con le loro insulse mini valigie, quadrati di plastica anonima chiamati trolley.
Uguali, come sono uguali loro, pinguini galleggianti di queste moderne chiatte sospese.
Braccio sinistro libero, braccio destro con mano impugnata nel manico del bagaglio.
Stessa posa, tutti così.
Non c’è fantasia in questa generazione di questi che non chiamerei viaggiatori ma “spostanti”.
Perché essi si spostano in automatico.
Viaggiano per andare portando con se cose di casa.
Non trovo altra spiegazione per l’utilizzo del trolley che non quella che siano “spostanti”.
Una persona con un trolley non camminerà mai. Ovvio.
I camminatori non hanno trolley, ovvio bis.

Non ho un trolley, non l’ho mai utilizzato, sono rimasto fedele allo zaino.
Oggi pare oggetto desueto ma così intimo da essere per me un pezzo stesso del puzzle del viaggio.
Lo zaino non è solo un contenitore di cose, ma è un porta emozioni, esso vive con noi tutto il viaggio non solo andata e ritorno di fugaci spostamenti, esso vive nei passi, nei luoghi in ogni angolo del nostro viaggio emozionale.

Foto Luca e Valeria

Lo zaino è un intimo amico che condivide con noi ogni cornice dentro al quadro dei paesaggi.
Guardo con tristezza il popolo trollista così anonimo, li vedi trascinare senza emozionalità quegli insignificanti barattoli cubici.
Chi ha lo zaino invece lo vedi subito come si muove.
Ha piglio orgoglioso, lo tiene alla schiena e già questo è un processo intimo; prolungamento del corpo come cucciolo d’uomo appena nato e messo in fasce portato da mamma.
Chi indossa lo zaino lo accompagna con le mani come fosse un figlio; perchè uno zaino è un figlio, un prolungamento in tessuto del nostro corpo un essere che condivide con noi ogni attimo di fugace evasione.
È colorato lo zaino. Non ci sono zaini uguali; è un indumento intimo, è un maglione caldo che scalda gli oggetti cari, li contiene con gentilezza.
È un insieme di alloggi gentili lo zaino; angolini nascosti che solo le mani del proprietario posso esplorare, e uno scrigno segreto un alfabeto delle cose.
È un amico confidente in cui inserisci agende e matite, e con esse gli intimi pensieri; è custode del diario delle emozioni lo zaino

Che bello vedere i viaggiatori dello zaino.

Gli zainisti quando si incrociano nel viandare tra corridoi e corsie del terminal si ammirano; ogni incrocio è sospinto da sguardi di complicità di intromissione fugace nella vita della persona incontrata perchè sanno che anch’essa è in qualche modo vicina e complice di una reciprocità minimale ma profonda.
Lo zainista è un romantico del viaggio, vuole avere con se il disordine delle cose, la fantasia degli incastri in cui gli oggetti sono un insieme di fruibilità non necessarie.
Lo zainista lo vedi bere un caffè seduto all’angolo di un bar con le gambe appoggiate allo zaino, oppure lo vedi sdraiato sugli spazi in attesa con la testa appoggiata sul suo personale cuscino colorato.
Uno zaino è pur sempre.
Uno zaino è per sempre.
Ci sono cucite sopra le bandiere dei luoghi visitati, i ricordi dei viaggi fatti, dei cammini percorsi, ci sono attaccati i ricordi terreni; polvere sputi, sudore e fatiche.
C’è segnato a pennarello il nome della prima ragazza baciata; la biondina del terzo banco. La più bella. Ci sono scritti i nomi della rock band preferita, perchè lo zaino ha un sound, ha un suo riff alla Jimmy Page,lo zaino è swing è blues è pentagramma di suoni come un prato di woodstock in pieno concerto. Lo zaino è la nostra isola di Wight del concerto della vita.

Lo zaino è immagine stessa del viaggio inteso come esperienza di vita; è un elemento della filosofia del vagabondo che è in noi. È un Kerouac delle strade, un motivo irrinunciabile come il manubrio della moto di Easy rider verso carreggiate di libertà sognata

Mi appresto a salire sulla scala dell’aereo per l’imbarco, sotto l’ala del Boeing passa il trenino delle valigie. Il carro trasportante è una piattaforma unica di colori unici.
I trolley tendenzialmente hanno colori monotoni grigi di suo; vederli ammassati e allineati a mattoncini sembrano un Tetris anonimo; una catasta di oggetti inanimati senza lode.
Silenti e timidi come cagnolini paurosi trattati male.
Pessimi Lego incastrati come un gioco senza fantasia.
Il mio zaino invece è con me sulle mie spalle, è piccolo morbido ma c’è dentro tutto il mondo. Quello che mi basta perchè sia con me sempre e anche adesso, nel bagagliaio a mano e non in carlinga al freddo di un anonimo scompartimento buio.
Uno zainista non abbandona mai il suo fedele compagno.

Il mio zaino ha un nome.
Come il mio cane.
Non si abbandona un cane.
Mai.

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